mercoledì, 11 giugno 2008

"Ero solo un ragazzo. Avevo ventidue anni quando la mia famiglia fu sterminata dai turchi. Mia madre, povera donna, mi nascose nella latrina per non farmi cadere nelle mani di quei maledetti. Ero rimasto il loro unico figlio. I miei tre fratelli erano già stati uccisi. i miei genitori diedero la vita per proteggermi. Nascosto, ho visto il modo in cui li trucidarono. Non avrei mai dimenticato il volto di quei soldati. Era il 1463.
Devastarono la mia casa, rubarono i nostri averi. Non so per quanto tempo rimasero lì. Ma poi se ne andarono. Non ebbi il coraggio di uscire. Arrivò la notte. La trascorsi lì. Bevvi le mie lacrime, unico sostentamento che ebbi quel giorno.
Al sorgere del sole uscii. Andai verso i miei genitori. Avevo finito le lacrime. Indurito nel cuore, li presi e li seppellii.
Nessuna croce  sui loro tumuli. Se i turchi l'avessero viste, avrebbero fatto scempio anche dei loro cadaveri.
Dovevo andarmene da lì. Era troppo rischioso. Se mi avessero trovato avrei vanificato il gesto dei miei genitori. Entrai in casa e, in un fagotto, misi quante più vettovaglie possibili. Presi arco, frecce e il pugnale di mio padre- è quello che hai visto quella sera in casa tua e che usai per tagliarti pane e carne- che giaceva abbandonato sul tavolo dal giorno prima.
Dietro casa c'era un sentiero, nascosto dai cespugli di rovi. Iniziai a camminare. Salire su per quel viottolo mi provò molto. Camminai per ore ed ore. Mi fermai solo di notte per riposarmi e mangiare qualcosa.
Non so esattamente per quanto tempo camminai senza meta tra i Carpazi.
Il tempo aveva cessato di scorrere per me.
So solo che ne percorsi i piedi in lunghezza. Dovevo raggiungere Varna. Volevo andarmene lontano. Volevo sparire da quel luogo di dolore e morte. Durante il tragitto vidi solo morti e morti. Valacchi sgozzati e trucidati ad imputridire nelle strade. Interi villaggi distrutti. Donne che urlavano e piangevano sui corpi straziati di coloro che, fino a poco tempo prima, erano stati i loro compagni e i loro figli. Giovani stuprate che per la vergogna si erano tolte la vita. In alcune occasioni mi fermai ad aiutare la povera gente. Bendai i feriti, aiutai a seppellire i morti. Venni a sapere che erano passati un paio di mesi da quando avevo lasciato la mia casa. Varna era stata occupata dai turchi. Era inutile che mi recassi là. Perchè non rimanevo invece con loro?
Non mi importava. Io volevo andarmene.
Impiegai altri due mesi per raggiungere Varna.
Era diventata un città turca. Ma non mi importava. Mi imbarcai su una nave mercantile come mozzo. L'equipaggio era autoctono ma il capitano e le guardie erano turchi. Dovevamo portare merce da Varna a Costantinopoli e viceversa.
I turchi erano tutt'altro che gentili nei nostri confronti. Durante i tre giorni di viaggio necessari, parecchie erano le scudisciate che ci piovvero sulla schiena, sulle braccia e, a volte, sul viso.
Ma pagavano e tutto sommato, per uno che come me era abituato a vivere di ciò che produceva la terra, anche bene.
Condussi quella vita per circa un anno.
Una notte, mentre gironzolavo per le strade di Costantinopoli in libera uscita -avrebbero impiegato due giorni per riempire la stiva- incontrai Vincent.
Ero in un vicolo fetido e malfamato e vedere un uomo così finemente abbigliato lì mi creò un leggero turbamento.
Mi fermai colpito dai suoi lineamenti, dal suo portamento fiero.
"Buona sera Nicolaj".
Il mio nome. Ma come poteva conoscerlo?
"Senti bel damerino, non ho idea di chi tu sia, ma se cerchi rogne, bhe, le hai trovate.".
"No. Cercavo semplicemente te.".
"Bene mi hai trovato. Posso saperne il motivo? E soprattutto chi sei?".
Mi si avvicinò con il passo aggrazziato di un felino. Sorrise.
"Sono un tuo amico Nicolaj.Il mio nome è Vincent. Sono mesi che sogno quest'incontro..".
Mi venne un groppo in gola. Perchè cercava proprio me?
Intanto si era portato di fronte a me. La sua pelle era magnifica e i suoi occhi! Così neri e con quella magnifica luce al loro interno -ti ricordi, Jean Luc, cosa pensavi dei miei occhi quand'eri ancora un mortale? Bhe io pensavo la stessa cosa dei suoi-. Ma era il suo profumo a farmi girare la testa, a far scomparire in me ogni volontà se non quella di stare con lui.
"Cosa ci fai ancora con i turchi?".
"Ci lavoro. È l'unico modo che ho per stare lontano dalla mia terra della quale conservo solo ricordi dolorosi.".
"Ma non desideri vendetta per i tuoi genitori così barbaramente uccisi?".
Come faceva lui a saperlo?
"Certo che la desidero! Ma ti sembro capace di affrontare quei soldati? O pensi che dovrei arruolarmi tra le schiere del Principe Vlad con la speranza di rimanere in vita scontro dopo scontro? Mi credi forse in grado di risorgere ogni volta che le ferite saranno mortali? Pensi che sia un dio?".
Ero troppo sconvolto dal ricordo della morte dei miei e dalle facce godute di quei bastardi mentre lo facevano, che non potei fare a meno di alzare la voce mentre dicevo quelle cose.
"Alla maggior parte delle tue domande la mia risposta è no. Non potrei sopportare l'idea di te coperto di sangue, in mezzo a quei barbari dei soldati o, peggio ancora, morto. Ma per quanto riguarda l'ultima delle tue domande diventa difficile risponderti di no dato che ti desidero più di ogni altra cosa al mondo da quando ti ho visto al molo. Sì, tu sei il mio dio".
La sua voce un sussurro. Le sue mani iniziarono ad accarezzarmi i capelli, il viso. Con il pollice prese a sfiorami le labbra. Sentivo il suo alito su di esse. I suoi occhi erano chiusi e il suo capo sempre più vicino a me. Iniziò a baciarmi lievamente il collo.
Stavo tremando. Non avevo mai provato brividi simili con quelle poche ragazze con cui ero stato. Gli appoggiai le mani sui fianchi e lo strinsi a me, volevo che sentisse la mia passione per lui, fargli sentire la turgidità del mio membro. La cosa parve piacergli. Smise di baciarmi e tornò a fissarmi negli occhi.
"Vieni con me. Andiamo via da questo posto orribile, da questa città così piena di gente inutile".
"Oh sì, vorrei venire con te. Stare con te. Ma non posso. Se scappo e i turchi mi ritrovano rischio la testa".
"Di loro non dovrai più preoccuparti. Mai più.".
Mi prese per mano e mi trascinò fuori da quel vicolo fino ad una lussuosa carrozza nera.
Quando vi fummo saliti, il cocchiere partì senza che lui gli dicesse niente. Evidentemente era il suo cocchiere.
Per tutto il viaggio non fece che accarezzarmi. Prima il volto, poi le cosce, fino ad arivare al mio sesso che strinse e massaggiò con estrema cura. Pensavo di impazzire. Lo volevo. Lì sulla carrozza.
Tremando ad ogni suo tocco mi accostai a lui.
I suoi occhi tradivano lo stesso desiderio che mi apparteneva.
Mi baciò. Dapprima solo un bacio a fior di labbra ma che divenne ben presto esigente. Introdusse la sua lingua nella mia bocca iniziando ad accarezzare con lievi tocchi la mia. Ero nel paradiaso delle sensazioni. Non mi accorsi nè della stada che percorremo nè del fatto che la carrozza si era fermata. Eravamo arrivati a destinazione. Scendemmo dalla carrozza e trattenni il fiato per lo stupore. Mai nella mia vita avevo visto dimora più bella!
"Scusa per la mia modesta dimora. Ti prometto che presto ti farò alloggiare in una casa più consona alla tua persona".
Modesta? Casa più consona alla mia persona? Sapeva tutto di me e non sapeva che l'unico tetto che avevo mai avuto sulla testa era quello di una casupola di campagna con il tetto di travi e paglia e con i muri così umidi da aver assunto come colore "naturale" quello della muffa?
Lo guardai come si fissa un pazzo. E lui...rise! Rise veramente di gusto come se la mia faccia fosse il ritratto della comicità. E allora li notai. Notai quei canini particolarmente lunghi ed appuntiti. Lo capii?  Credo di sì, ma non me ne importò nulla. Mi cinse le spalle e così, in quello che credevo il più caldo degli abbracci, salimmo le scale della sua dimora.
Non sto a descriverti la mobilia al suo interno. Non è molto importante..".
"Dimmi solo se aveva anche allora questo gusto orribile per i salotti..".
"Giovanotto, vorrei farle presente che non l'ho scelto io quel mobilio  ma l'arredatore...Ci teneva così tanto che non ho avuto il coraggio di dirgli di no. Ma stiamo già provvedendo a cambiarlo".
"Meno male. Ma ora vai avanti Antoine, ti prego e scusami se ti ho interrotto".
"Lascia perdere, non ha importanza. Dicevo ...Entrammo in casa e lui chiamò subito il suo domestico chiedendogli se poteva preparare un bagno caldo per me. Non avevo mai sentito usare tanta gentilezza con una persona che, in fondo, è pagata per ubbidirti. Il buon'uomo fece un sorriso e andò a prepararmi il bagno. Ci mise pochi minuti. Fu Omar (questo era il suo nome) ad accompagnarmici. Vidi quella vasca di marmo colma di invitante acqua calda aromatizzata con un'essenza al sandalo. Vidi candele accese sul suo bordo.
Appena solo, mi strappai i vestiti di dosso e mi 'tuffai' in quela meraviglia. Mi immersi completamente. Non lo udii entrare nè tantomeno avvicinarsi alla vasca. Lo sentii solo quando fu nella vasca con me.
Emersi sgranando gli occhi. Il suo torace era di un bianco immacolato tra cui spiccavano due morbidissimi capezzoli rosa.
Non osavo guardare altro. Gemetti.
Prese una spugna sulla quale mise del sapone e prese ad insaponarmi il petto. Passò poi alla schiena. Era così delicato...
Non immaginavo certo che sarebbe sceso al mio membro...
Iniziò di nuovo a stringerlo, a massaggiarlo, a muovere ritmicamente la sua mano fino a quando il mio desiderio non lo travolse. Ero al settimo cielo e al tempo stesso in un tremendo imbarazzo.
"Perchè arrossisci così?".
"Ecco...io....non ho mai provato una cosa così per un uomo...".
"E la cosa ti dà fastidio? Intendo a livello di 'testa' perchè fisicamente.....".
Mi sentii scottare dalla vergogna così immersi la testa sott'acqua. Lo sentii ridere. Mise le sue mani sotto le mie ascelle e mi obligò a riemergere.
"Non c'è nulla di cui vergognarsi. Tu mi piaci. Sei così bello. Così puro, così maledettamente sensuale...".
Mi baciò con una forza ed un'ardore da togliermi il fiato. Non sentii in lui la menzogna e così mi abbandonai completamente tra le sue braccia. Sentii una lievissima punturina sulla ligua e il sapore dolciastro del sangue nella mia bocca.
Inizialmente lui si inarcò deliziato e prese a succhiare la mia lingua. Mi strinse a se come se avesse paura che svanissi di colpo; tutt'a un tratto si staccò, i suoi occhi colmi di sofferenza. Uscì dalla vasca e si asciugò velocemente.
"Cos'è successo? Perchè fai così? Ho fatto qualcosa di sbagliato?".
"No, mio bellissimo angelo. Sono stato io a farti del male. Non volevo farti sanguinare".
"Ma non è nulla. È solo un graffietto e nulla di più".
Sorrise. "Sù, è ora di asciugarsi e di mettersi qualcosa di decente addosso".
Mi aiutò ad asciugarmi e mi avvolse in un telo morbidissimo. Mise ai miei piedi calde pantofole ed uscimmo dal bagno per raggiungere quella che doveva essere la sua stanza.
Sul letto erano appoggiati un paio di pantaloni neri ed una camicia cremisi. Li infilai subito.
"Vieni qui, sdraiati vicino a me".
Lo seguii sotto il baldacchino. Passammo tutta la notte a parlare delle nostre vite, delle nostre sofferenze.
"Nicolaj, mio dolcissimo Nicolaj, perchè ti amo già così tanto da non poter fare a meno di te?"
"Vincent io non lo so. Sono così confuso. Ora come ora vorrei poter stare con te ognisecondo della mia vita..".
"Tu non sai cosa stai dicendo; non sai che mostro sono".
"Mostro? Ma cosa dici? ".
"Non puoi capire ma quando lo farai arriverai ad odiarmi, a volermi distruggere...Zitto, non parlare. Si sta facendo tardi. Il sole sta per sorgere ed io devo andare via per degli affari. Tornerò solo questa sera. Tu rimani qui e riposati. Omar veglierà su di te in mia assenza e penserà a tutto. Ora devo andare".
Mi baciò e mi lasciò lì come un ebete e fissare la porta da cui era uscito.
Ma le emozioni della notte non tardarono a farsi sentire. In pochissimi attimi la mia testa piombò sul cuscino e io sprofondai nei sogni.....".

Semper tuus

Guardian


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martedì, 29 aprile 2008

I sogni, piano piano, scivolano via dalla sua mente lasciando il posto alla piena coscienza. Apre lentamente gli occhi, non per paura che la luce possa ferirli- dopotutto nella sua bara è fitta l'oscurità-, ma perchè vuole ancora assaporare la felicità vissuta nel sogno.
Sogni. Magari la vita fosse fatta della stessa sostanza malleabile, mutevole al comando di una mente irrobustita dai secoli...
Sente un peso sul suo petto. Si è dimenticato che Jean Luc non ha ancora una bara tutta sua e che per quella notte hanno condiviso un unico "letto".
Sposta il coperchio della sua bara. Jean Luc non si muove ancora.
"Ben alzato mio caro. Dormito bene?". Una lieve preoccupazione sfiora quel meraviglioso viso immortale.
"Si Vincent. Era un po' che non dormivo così".
"Sono felice....Ecco....Scusami, sai...ieri sera ho perso la testa. Dopo quello che ci è successo non riesco a....fidarmi di altri!".
"Lo so e ti capisco. Questa sera avevo intenzione di istruirlo e di racontargli la mia e la nostra storia. Stai con noi, te ne prego. Lo sai che ho ancora bisogno di te. Sei il mio Maestro e ti amo."
"Ah...non sapevo che la legge di questo stato concedesse la bigamia....".
"E da quando noi sottostiamo alle leggi degli esseri mortali?"
"In effetti....Farò un po' fatica ad abituarmi all' idea di doverti dividere, ma chi lo sà, con il tempo potrei innamorarmi anch'io di lui....Si sta svegliando".
Gli occhi color smeraldo di Jean Luc si aprono sulla notte e........urla. Urla talmente forte che Antoine e Vincent temono possa loro rompere i timpani.
"Jean Luc Smettila, è tutto a posto. Così ci fracasserai i timpani!"
"Ah...sei già sveglio? No...è che l'ho visto ed ho avuto paura. Tu mi hai detto che mai ci avrebbe fatto del male....ma io non lo conosco e non credo di essergli molto simpatico".
"Piacere. Io sono Vincent, il Maestro di Antoine. È vero che non mi eri molto simpatico ma non farei mai del male ad un mio simile, non dopo....Lasciamo perdere per ora. Dopo che ti sarai nutritro Antoine ed io ti racconteremo un pezzo della nostra vita. Sempre che tu gradisca la mia presenza".
"Gradirla? Ne sarei felicissimo. Anche perchè ho come l'impressione che tu sia una parte importante di Antoine".
"Sì, credo di sì. E l'altra parte sei tu. Sai, il signorino ha deciso di essere bigamo...".
"Bhe...ma forse un giorno potremmo esserlo vicendevolmente. Anche perchè chi è lui per poter avere questo piacre e noi no?".
"Scusate se esisto e soprattutto se sono presente durante questo vostro magnifico ed adulatorio discorso sulla mia persona, ma, se per te non è un problema caro mio tesoro, vorrei potermi alzare. Sai....non sei poi così magro".
"Ma è sempre così acido appena sveglio?".
"No. Questa notte ha dormito bene...".
"Allora vogliamo finirla? Forse forse vi preferivo ieri sera quando vi odiavate...".
Scoppiano a ridere.
Jean Luc esce dalla bara permettendo ad Antoine di fare la stessa cosa.
Rassettati i vestiti, prendono sotto braccetto Vincent e iniziano a salire la scalinata che li condurrà nell'ampio atrio.
"Ora io proporrei di andarci a rinfrescare e a cambiarci gli abiti. Per il trucco di Jean- non ti dà fastidio se ti chiamo così no? Perfetto- ci pensi tu?"
"Sì".
"Trucco? Nessuno mi ha parlato che mi sarei dovuto truccare...Non che io abbia avuto una sessualità normale fino a ieri- anche perchè altrimenti difficilmente mi sarei innamorato di Antoine- ma truccarmi...".
"Già mi piace il ragazzo. E sai perchè? No? Vi assomigliate così tanto...".
"È un complimento Antoine?".
"No...non credo...".
Altre risate. La serata sarebbe magnifica se non fosse che tra poco i due vampiri più anziani dovranno riaprire vecchie e sanguinose ferite....
"Mon cher, il trucco ti servirà per nascondere il tuo pallore ai mortali. Non credo che ti si avvicinerebbero in molti in caso contrario..".
"Ho capito. Allora andiamo a prepararci perchè prima mangio e prima voi iniziate il vostro racconto".
Un velo di dolore copre gli occhi dei due, ma Jean Luc non lo vede perchè li ha superati su per la scale.
Vincent entra nelle sue stanze così come gli altri due.
L'acqua inizia a scorrere copiosamente sui corpi. Profumo di sandalo fuoriesce dalla stanza di Vincent, muschio bianco da quella di Antoine. 
Rimango fuori da entrambe le stanze per non violare la loro intimità.
L'acqua viene chiusa nella stanza di Vincent. Attendo un po' prima di entrare, giusto il tempo di permettergli di asciugarsi e di infilarsi i calzoni.
Entro nella sua stanza e rimango sbalordito dalla sobrietà dell'arredamento, così diverso da quello del piano di sotto.
Lo osservo.
I suoi piedi sono ancora nudi. Curati e dal collo perfetto.
Le gambe, non troppo muscolose, fasciate da un fuseaux nero. Sono lunghe, compatte. Sono come una strada che chiunque vorrebbe poter frequentare con le proprie mani.
Il torace è ancora nudo. È scolpito, privo di qualsivoglia peluria. E quel bianco, così candido, tra cui spuntano due rosei e turgidi capezzoli, toglie il respiro.
Ora capisco perchè per un mortale sia impossibile resistergli.
I capelli, già perfettamente asciutti, sono neri come i suoi occhi, velati da un ciuffo ribelle che gli dona mistero.
Infila una camicia rosso-bordeaux su cui mette una giacca nera dal taglio molto sobrio. Infine calza dei classici stivali neri. È così diverso dalla sera precedente che faccio fatica a riconoscerlo.
Lo lascio davanti allo specchio in procinto di truccarsi.
Passo nella stanza di Antoine.
I due sono già vestiti. Antoine indossa fuseaux nero, camicia bianca, giacca nera e calza un paio di deliziose scarpette.
Jean Luc, invece, indossa fuseaux crema, camicia bianco antico, giacca terra di siena e stivali neri.
I suoi occhi si riflettono nello specchio.
"Bene iniziamo con il trucco...Questo è un impasto di cenere e sangue -il mio ovviamente- che un Sapiente usava e usa tuttora per fare in modo che il suo incarnato risulti umano".
"Un Sapiente? Deve essere molto vecchio.."
"Per quanto ne so io è uno dei più vecchi...ma andiamo avanti. Prendine un poco e spalmatelo sul viso come fosse un unguento. Ecco così, guarda come faccio io".
Preso un po' di quell'impasto, inizia con movimenti rapidi e delicati a spalmarselo sul viso che, a poco a poco, sembra riacquistare una tonalità umana.
Jean Luc ripete quel semplice gesto, osservando stupefatto il mutamento del suo volto.
Un lieve ticchettio alla porta.
"Entra Vincent, siamo pronti".
"Bellissimi angeli miei...mi togliete il fiato".
Si avvicina ad entrambi e li bacia a lungo sulla bocca.
Durante quel gesto hanno gli occhi chiusi. Assaporano con piacere il "gusto" dell'altro.
"Grazie Vincent, tu non sei da meno".
"Ah ah ah giovane vampiretto, con me l'arte adulatoria non funziona".
"Ma io...".
Antoine ride. "Devi ancora abituarti ai modi di fare di Vincent. Vedi la sua faccia? Ecco , quando ha quest'espressione è perchè ti sta prendendo in giro".
"Tanto....non è carino prendersi gioco di un novizio."
"Avanti piccolo angelo biricchino, è ora di andare a mangiare. La sera è lunga ma sono troppe le cose che dobbiamo e vogliamo dirti che se tardiamo ancora un po'..."
"Hai ragione Vincent, e poi inizio ad avere un po' di fame".
Escono dalla stanza e scendono rapidamente le scale. In un attimo percorrono il salone e l'atrio.
Antoine apre il portone. Esce e si inchina leggermente. "Signori...".
Gli altri due lo seguono.
"Bene Antoine, direi che è giunta l'ora di addestrare il tuo discepolo alla caccia".
"Direi di sì".
"Bhe ma siamo stati a caccia anche ieri e...".
"No Jean Luc. Ieri è stata un'eccezione alla nostra regola perchè entrambi non potevamo attendere o cercare le persone giuste. Non uccidiamo mai, e dico mai, bambini, ragazzi e uomini innocenti. Cacciamo solo ed esclusivamente balordi, gente che mai ha fatto del bene al prossimo e mai lo farà. Potrai chiederti come farai a riconoscerli. La risposta è duplice: una è l'istinto e l'altra è la capacità preternaturale di leggere i pensieri altrui.
Nel caso tu non possa nutrirti da più persone e nel caso che la tua fame ti porti ad uccidere il balordo, morsicati la lingua e versa il tuo sangue sulle ferite in modo da richiuderle. Così non darai modo di alimentare quelle che per ora sono solo credenze. Lo so che questo punto te l'ho già detto ma non ti farà male risentirlo...Dimenticavo. Tu sei in grado di parlare telepaticamente con Vincent ma non con me e questo è perchè sono stato io a darti il Sangue Tenebroso. Quindi se lo sentirai parlare nella tua testa non ti spaventare".
"Mmm....sicuro che riuscirò a riconoscere i balordi? E sul serio può parlarmi telepaticamente?"
"Sì e sicurissimo. Ho dimenticato qualcosa Vincent?".
"No hai detto tutto il necessario. Il resto lo imparerà con il tempo. Solo quando potrà attingere ai ricordi delle sue 'prede' capirà in fondo al suo cuore le tue parole e le prenderà come vere".
Jean Luc è talmente attanto alle parole dei due che non si accorge di essere in uno dei quartieri malfamati della città.
"Oh Gesù, che posto terribile!"
"Nessuno di loro può farci del male".
"Lo so Antoine ma è un posto orribile!"
"Piccolo mio ma in quale altro posto potrai trovare le vittime ideali? È vero che ve ne sono ovunque, ma qui sono la maggioranza e per te che sei all'inizio sarà più difficile 'commettere' errori.".
"È vero, hai ragione!".
Gironzolano un po' per i vicoli maleodoranti. Si imbattono relativamente presto in due vittime perfette.
"Ora osserva ed impara. Buona sera signori. Cosa ne dite di farci compagnia in quella taverna per un goccio di buon vino?"
"Oh ma certo gentili signori, qualsiasi cosa per dei gentiluomini come voi". Nel dire questo i due balordi si inchinano levandosi i cappellacci dal capo e offrendo ai sensibilissimi nasi dei tre mefitici olezzi.
Attraversano la strada ed entrano nella taverna.
Non uno dei suoi frequentatori è annoverabile tra i brav'uomini.
"Portaci del vino, di quello buono brutta balena rabbiosa".
"Ma perchè non ti butti sotto le ruote di una carrozza, brutto ubriacone?".
"Che modi sono questi? E poi di fronte ai nostri nobili amici...".
"Ma va al diavolo..".
"Su su...non litigate...siamo qui per divertirci. Lasciate qua il vino, prendete questi soldi e tenete il resto".
Vincent ha tirato fuori dalla tasca una cospiqua somma.
Un tale ,male in arnese e che la mia cara amica con la falce deve avere già adocchiato da un pezzo, visti i denari di Vincent, si avvicina al tavolo dei nostri, fingendosi grande amico dei due.
"Meglio così. Uno per uno.".
"Mi stai parlando in testa".
"Anche tu".
Jean Luc sorride, contento.
Antoine mesce generosamente il vino nei bicchieri dei tre balordi e ne versa un po' anche nei loro per non destare sospetti.
I tre nel frattempo cianciano di cose stupide.
I tre Vampiri non fanno passare troppo tempo e presto convincono i tre che sono ubriachi -padroneggiano perfettamente l'arte illusoria e di tempo ne hanno poco- ed escono dal locale.
Solo pochi passi e i tre li aggrediscono.
Con movimenti felini i tre Vampiri si portano alle spalle dei balordi e, cingendoli con il braccio, affondano i canini nelle loro giugulari.
"Jean Luc bevi piano. Assapora il gusto del sangue ed i ricordi di colui che è la tua preda. Cerca di essere il suo amante nonostante le nefandezze che avrà compiuto.".
Ma Jean Luc non è riuscito a sentire Antoine per quanto è preso dal sangue denso del balordo. I suoi osceni ricordi lo assalgono uno dopo l'altro stordendolo.
"No. non morire ancora, resisti. Ti prego amore non mi abbandonare ancora". Questo è ciò che gli sussurra all'orecchio dell'uomo provocando i sorrisi compiaciuti e fieri di Antoine e Vincent.
Ma il cuore corrotto del balordo non resiste ancora molto. Un ultimo fiotto potente e denso riempe la bocca di Jean Luc e poi nulla più.
Gli altri due hanno già finito e stanno adagiando i corpi dei due sul selciato.
Le ferite non ci sono più.
"Ciao mia cara amica."
"Buona sera a te mio caro Guardian. Noto che sei estremamente interessato a queste tre creature".
"Vero. Mi affascinano particolarmente. E poi mia cara amica, ci danno il modo di incontrarci spesso".
"Già, siamo entrambi indaffarati e poter scambiare due parole è un conforto. Eccoli...le tre anime che attendevo sono qui. "Arrivederci amico mio".
"Arrivederci".
"Cos'hai Jean Luc? Qualcosa non va?".
"No va tutto bene Antoine ma...nonstante la vacuità dei suoi occhi non posso non trovarlo bello. La cosa strana è che prima mi orripilava...".
"Vedi ,piccolo mio, hai imparato sulla tua pelle una lezione molto importante. Nonostante ci nutriamo di depravati non bisogna mai disprezzare la loro vita, anche perchè, nell'istante del nostro bacio mortifero, ce la stanno donando".
Gli occhi del giovane si posano un'ultima volta sul corpo di quello che fino a pochi secondi fa era un uomo. Si china su di lui e gli accarezza i capelli. " Spero che tu possa riposare in pace". Lo solleva tra le braccia e lo depone compostamente sul marciapiede lì vicino.
"Avevi ragione Antoine...lui è diverso".
La voce di Vincent è un sussurro impercettibile per le "giovani" orecchie di Jean Luc che ha chiuso gli occhi, forse in muta preghiera.
Il volto di Antoine è radioso. Stringe il braccio del suo Maestro e ,incurante di coloro che potrebbero vederlo, lo bacia con amore. I loro sorrisi sono come la luce del sole che mai più potranno rivedere -o almeno io penso che sia tale perchè mai ho visto la sua luce-.
Riscossi da quest'estasi, compiono la stessa azione con i due poveri corpi rimasti sul selciato. Li depongono vicino al loro compagno.
"Possiamo lasciarli qui?".
"A dire il vero no....Qualcuno potrebbe risalire a noi...Sarebbe meglio gettarli nel fiume che scorre qui vicino. Se non te la senti...".
"No tranquillo Vincent, ce la posso fare".
Sollevano i tre corpi e, protetti dalla scarsissima illuminazione, giungono rapidamente alla riva del fiume. Non scagliano i corpi nell'acqua, ma li lasciano scivolare dolcemente in essa. La corrente li trasporta via in poco tempo.
Li osservano per un po', dopodichè Jean Luc prende sotto braccetto i due. "Andiamo a casa...Avete troppe cose da dovermi raccontare...".
"Sì, andiamo".
Con passi svelti si allontanano da quei luoghi dimenticati da tutti.
Giunti nei loro quartieri rallentano il passo così da godersi la compagnia dei caldi sorrisi e dei vocii degli esseri umani.
"Siamo arrivati. Casa...".
Varcano il cancello. Jean Luc si precipita ad aprire la porta tanta è la sua voglia di sentire ciò che i due hanno da dirgli. Li esorta con la mano a sbrigarsi...a muoversi.
Non si accorge dell'espressione dolorosa dei due, di come il loro cuore sanguinante renda pesanti i loro arti.
Ma lui, povero giovane, è solo curioso, non di sicuro sadico.
Entrano nell'atrio e da lì nel salone.
Antoine e Vincent si siedono su due poltrone poste di fronte al divano di broccato.
Lo guardano; è Antoine a palare.
"Siediti Jean Luc, sarà un racconto molto lungo....."

Guardian


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lunedì, 14 aprile 2008

Escono sul terrazzo.
"ANTOINEE...".
 "Forse è meglio se torni da lui così..".
 "No. Ho detto che ho fame e poi lo conosco; tra poco si sarà calmato. Solo allora andrò da lui. Ora vieni, andiamo.".
 "Scusa? Vorrai mica saltare giù? Ci sfracelleremo al suolo. Non ho voglia di trasformarmi in polpettine per cani randagi!".
Antoine lo guarda allibito, poi d'un tratto scoppia a ridere. La sua è una risata che riscorda lo scorrere di un ruscello estivo.
 "Forse, mio caro, ti sei dimenticato che ora sei un vampiro. Per noi non è così facile romperci le ossa!"
 "Ah già....dimenticavo....Però anche tu....cosa pretendi? Lo sono da troppo poco tempo...devo abituarmi.."
Antoine, continuando a ridere, sale sulla ringhiera e salta giù. Non un rumore quando i suoi piedi toccano il selciato.
Jean Luc si sporge per vederlo, anche se credo che lo faccia per sincerarsi che sia tutto intero.
 "Bhe, e ora cosa aspetti? Vuoi che ti metta un tappeto rosso quì sotto?".
Jean Luc sbuffa divertito.
 "Arrivo Monsieur, quanta fretta abbiamo!".
 "Se aspetti ancora un po' i crampi della fame saranno così forti da non permetterti di muovere nemmeno un passo e io, caro il mio pricipino, non ho nessun' intenzione di portarti in braccio".
 "Non ti preoccupare, ce la faccio benissimo da me!".
È meraviglioso osservarli mentre giocano, mentre -e perchè no?- si amano come due mortali.
Jean Luc salta giù.
Appena toccato il suolo si volta verso Antoine facendogli cenno che ora, finalmente, si può andare.
Passeggiano lentamente lungo le viuzze del paese che, dormendo, ignora cosa succederà.
Dopo poco scorgono due ragazzi.
 "Perfetto! Lascia che ti dica solo una cosa rapidamente.....sii il suo amante, non uccidere come farebbe una bestia, un revenant,..... poi ti spiegherò tutto".
 "Farò come vuoi".
Si avvicinano con grazia ai due magnifici giovani. Li attirano a loro con forza e sento da entrambi le stesse parole :"Non avere paura, non sentirai dolore".
Rumore di carne lacerata e poi solo il gorgoglio del sangue caldo che dai corpi degli uni fluisce in quello degli altri.
Sono rapidi e in pochissimo tempo, quelli che una volta erano volti pieni di vita, diventano pallidi simulacri dell'umanità.
Antoine, mordendosila lingua, fà colare alcune gocce del suo sangue sui colli dei giovani.
"Ogni volta che finirai di cibarti dovrai compiere questo gesto. Così facendo nasconderai i segni dei tuoi denti e non creerai panico tra gli umani".
Si avvicina a Jean Luc e fa in modo che il suo collo aderisca perfettamente alle turgide labbra di questo.
Jean Luc ha un brivido.
"Bevi".
"Ma..".
"È solo per renderti un po'più forte".
Titubante scopre i suoi piccoli e giovani canini per affondarli delicatamente nel collo di Antoine e inizia a bere con lentezza e dolcezza.
Danzano avvinghiati uno all'altro. È un vero e proprio amplesso.
Dopo poco Jean Luc si stacca.
"Penso possa essere più che sufficiente"
"Sì lo credo anch'io dato che non mi reggo sulle gambe".
"Pensi di potercela fare trovare qualcuno per rimetterti in forze?"
"Dì un po'...ma per chi mi hai preso? Non sono mica nato ieri".
"Oh ma come siamo suscettibili con il pancino quasi vuoto!".
Scoppiano a ridere. Qualcuno di passaggio li scambia per ubriachi.
Dopo poco si odono passi veloci. Da un vicoletto esce un ragazzino che probabilmente è in ritardo e teme la punizione dei genitori.
"Ma perchè proprio un ragazzino? Ahh!".
"Antoine cos'hai?".
È piegato in due con le mani serrate sull'addome.
"Sono i crampi. Questa sera ho perso troppo sangue e ho più fame del solito".
Con uno scatto Jean Luc è sul ragazzo. Lo afferra. "Tranquillo, va tutto bene. Il mio amico sta molto male e ho bisogno del tuo aiuto".
Il ragazzo guarda Antoine che geme ormai accasciato a terra. Jean Luc impara velocemente l'arte di ammaliare la gente. I suoi occhi sono come pozzi in cui è meraviglioso perdersi.....
"Oh sì signore, vi aiuterò però voi potreste poi venire a casa con me e spiegare alla mia mamma il motivo del mio ritardo?"
"Ma certo, le spiegherò che sei stato bravissimo e che non sarebbe giusto punire un bravo ragazzo come te, anzi, dovrebbe esserne fiera".
Il ragazzo sfoggia un meraviglioso sorriso e, senza accorgersene, inizia a giocherellare con le mani.
Raggiungono velocemente Antoine che, come si avvicina il ragazzo, è solo capace di mormorare un  "Ti prego scusami, mi dispiace" e gli si scaglia addosso lacerandogli con foga la carotide e succhiando avidamente il sangue che a fiotti gli sgorga in bocca.
Lo finisce velocemente, come se il nutrirsi gli provochi malessere.
"Oh Dio perdonami!"
Jean Luc lo fissa allibito, non capendo il perchè di tale malessere.Come gli aveva detto prima Antoine, si ferisce leggermente affinchè il suo sangue copra i due fori lasciati dai denti del suo Maestro.
"Non fare quella faccia. Domani, quando potrò finalmente erudirti, capirai il perchè di questo mio comportamento. Ma ora andiamo a casa; si sta facendo tardi".
Si alza con estrema rapidità e, afferrando il braccio di Jean Luc, si avvia verso casa.
Se qualche essere umano fosse stato per strada in quel momento, avrebbe solo sentito una lieve brezza sfiorargli il volto.
Nel giro di pochi istanti erano sotto il balcone del palazzo che era la loro casa.
Sempre tenendo Jean Luc per il braccio, Antione spicca un salto e atterra con estrema grazia sul balcone.
Apre la porta finestra, entra nella meravigliosa camera e......
"Mi puoi lasciare il braccio per cortesia? E già che ci sei mi puoi spiegare come hai fatto in pochi secondi a tornare a casa? E come hai fatto a saltare così in alto con me appresso?"
"Domani. Ora andiamo a dormire.....è tardi".
Scendono le scale, superano l'ingresso e altre scale da scendere. Nel frattempo Jean Luc era un torrente pieno di domande.
"Meno male che i vampiri non soffrono di mal di testa perchè la mia a quest'ora sarebbe già esplosa. Jean Luc lo so che sei curioso e che hai bisogno di sapere come stanno le cose, ma io sono a pezzi e il sorgere del sole è vicino".
"E va bene, ma io dove dormo?".
"Dormirai con me nella mia bara e domani te ne procureremo una tutta tua".
"Con te? E in una bara..."
"Sì con me.....e per noi i letti a baldacchino sono scomodissimi. Non avere il terrore della bara. Molto presto imparerai ad amarla."
"Se lo dici tu mi fido...aspetta ti dò una mano ad aprirla".
"Non ce ne bisogno. Il suo coperchio è irremovibile per un mortale ma per un vampiro della mia età è una piuma".
"A proposito...ma tu quanti anni hai? È lui il tuo maestro? E...".
"Pensi di potercela fare ad aspettare fino al tramonto? I tuoi sogni saranno così vividi che non ti accorgereai dello scorrere del tempo. Vedrai che non sarà così atroce attendere. Aspetta...entro prima io e tu ti stendi sopre di me".
Antoine è ormai disteso sul velluto violaceo che riveste la sua massiccia bara di mogano istoriata alla moda barocca.
Jean Luc gli si stende sopra. Le loro bocche sono vicinissime tanto che il solo parlare provoca estasianti brividi di piacere ad entrambi.
"Lui dov'è?"
"Dorme nella stanza accanto a questa".
"Ma è già dentro la sua bara?".
"Credo di sì...anche lui non ama molto la luce del sole..".
"E si sveglia dopo di te?".
"Non ti preoccupare. Non ci farebbe mai del male, ne sono più che sicuro. E ora basta parlare....".
"Ma poi mi dirai, vero, come sei nato?".
"Al mio risveglio...".
Ormai le loro membra sono immobili. Il sole è sorto e per loro è giunto il momento di riposare.
Al tramonto, se ne avrà voglia, Antoine, oltre a spiegare a Jean Luc la vita e le regole dei vampiri, racconterà un pezzo della sua vita.
Ed io sarò qui ad ascoltarlo.
E forse non sarò il solo.


Ora, dopo aver vergato il mio raconto -ed in attesa di vergarne il seguito- devo chiedere scusa a tutti coloro che ho fatto stare in pena per via della mia assenza. E cosa più grave, non ho mai provato ad accedere a Splinder per poter scrivere loro solo un messaggio. Qualsiasi cosa potesse far capire che sarei tornato...questione di tempo!
Spero di essere "perdonato" da coloro che sempre hanno per me dolci parole e che per i quali sempre ne avrò io . 

Guardian


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Categoria: racconti

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giovedì, 20 marzo 2008

Nella stanza regnano sentimenti molto diversi. Da un lato amarezza e rassegnazione. Dall'altra stupore e divertimento.
La nuova figura avanza con passo di danza, saltella e fa roteare il suo bastone dall'impugnatura in madreperla a tempo di una musica che solo lui conosce.
Si ferma di colpo. Il busto chino in avanti, una mano poggiata sul fianco; una gamba avanzata e il piede, imprigionato in una magnifica scarpa dalla nappa dorata, con la punta all'insù.
Sul suo volto, un sorriso di scherno che sottolinea ancor di più l'espressione di quegl'incredibili occhi neri.
Sì. Neri, neri come la notte priva di luna, così neri che coloro che vi "cadono" difficilmente potranno mai rivedere la luce del sole.
Lui è il Maestro di Antoine.
Jean Luc, disteso bocconi sulla poltrona, cerca di mettere a fuoco la nuova figura, ma la Morte, impietosa, non glielo permette. I brividi squassano il suo debole corpo mortale, gli occhi si rivolgono disperatamente ad Antoine in cerca di conforto.
Quest'ultimo scatta in piedi sollevandolo e, con passo deciso oltrepassa il suo Maestro.
 "Vai Antoine, vai pure, ma appena la nascita è ultimata ti VOGLIO nelle mie stanze, sono stato abbastanza chiaro?".
 "Sì".
 "Bene". 
Antoine si muove rapido; sà che il tempo a disposizione è poco oramai e non vuole che Jean Luc soffra più del dovuto durante il suo trapasso.
Apre una porta e vi si fionda dentro. Non accende la luce.
Sento un lievissimo tonfo. Ha deposto Jean Luc su un letto e gli si è seduto accanto.
 "Mi senti?"
 "Sì". Rumori di denti che cozzano tra loro.
 "Non manca moltissimo tempo. La Morte ha quasi fatto sue le tue spoglie mortali. Piano piano i tuoi occhi si faranno sempre più pesanti e poi, d'un tratto, non percepirai più nulla.". La sua mano ha ripreso ad accarezzare il capo di Jean Luc.
 "Ma questa condizione è solo di passaggio. Molto presto i tuoi sensi si faranno acutissimi. Vedrai ed udirai cose che da mortale mai potresti percepire. Le cose acquisteranno nuovo significato e fascino e ritornerai a vivere. A vivere da vampiro"
Jean Luc lo fissa con occhi febbricitanti.
 "E poi staremo insieme?"
 "Sì e per l'eternità"
Jean Luc sorride; la sua mano, con un notevole sforzo, si avvicina al volto di Antoine così da accarezzarlo.
Suoni strozzati iniziano a provenire dalla sua gola; l'aria fa fatica ad entrare nei polmoni.
I suoi occhi roeano vorticosamente fissando un qualcosa che solo lui può vedere.
Mi volto. La vedo.
 "Cosa ci fai tu qui, mia cara amica? Lui presto rinascerà come vampiro."
 "Lo so, infatti non sono qui per portarlo via, ma è pur sempre una dipartita e io vi devo presenziare per assicurarmi che le cose si svolgano secondo le regole. Ma vedo, caro Guardian, che anche tu sei quì per motivi simili."
 "Sì, il mio compito è osservare tutto ciò che succede al calar del sole. Ma ora, amica mia, stiamo ad osservare"
Jean Luc è ormai giunto alla fine. I suoi occhi sono fessure e delira pronunciando abbozzi di parole. Penso di sentirgli pronunciare, oltre al nome di sua madre, quello di Antoine.
È un attimo. Il suo corpo mortale non esiste più.
Come di norma, perde i fluidi corporei.
Antoine continua ad accarezzarlo attendendo con impazienza il suo risveglio.
Un lieve movimento del braccio. Si sta svegliando con rapidità.
Apre lentamente gli occhi. Hanno già quella luce caratteristica che tanto attrae i mortali. Sorride.
 "Ciao".
 "Ben tornato".
 "Sei bellissimo".
Ride. "Grazie, anche tu".
 "Cos'è questo terribile odore?".
 "Sei tu, mio caro. Hai perso i tuoi fluidi corporei".
 "Oh mio Dio".
Jean Luc corre verso il bagno inseguito dalla risata argentina e divertita di Antoine.
 "Io quì non servo piu`. Arrivederci caro Guardian"
 "Arrivederci amica mia".
Scorrere di acqua. Jean Luc Si sta lavando.
Antoine si avvicina alla porta del bagno per avvisarlo che sarebbe andato da "lui" ma che sarebbe tornato presto perchè sarebbero dovuti uscire per nutrirsi entrambi.
Esce dalla camera e percorre il corridoio debolmente illuminato da candelabri che, per la maggior parte, sono spenti.
Bussa ad una porta.
 "Entra".
La figura è seduta davanti ad una magnifica scrivania.
 "Cosa volevi dirmi Vincent?"
 "Perchè lo hai fatto? Che bisogno avevi di lui? Cosa ha a che spartire con noi?"
Una vera e propria scenata.
 "Calmati, fammi spiegare..."
 "Spero per te che le tue ragioni siano più che convincenti"
 "Sono mesi che passo gran parte delle mie notti con lui. È un ragazzo capace ed intelligente che però non è stato baciato dalla fortuna. Piano piano me ne sono innamorato. E lui di me. Non potevo sopportare l'idea che un giorno lo avrei perso."
 "Innamorato? Innamorato? INNAMORATO? E IO CHI SONO ANTOINE? A ME NON HAI PENSATO? TU LO HAI FATTO PER LIBERARTI DI ME!"
 Ormai Vincent rasenta l'isteria.
 "Vincent..."
 "TU, TU SEI UN INGRATO. DOPO TUTTO QUELLO CHE HO FATTO PER TE, VUOI LASCIARMI PER QUELL'INUTILE RAGAZZETO PULCIOSO!"
 "Ora basta. Noi usciamo. Quando torno, se ti sarai calmato, parleremo. Arrivederci Vincent."
 "ANTOINE TORNA SUBITO QUI".
 Antoine esce dalla stanza, ripercorre il corridoio e giunge nella camera dove Jean Luc lo sta` attendendo.
 "ANTOINEEE..."
 "Ti sta chiamando".
 "Non mi interessa".
 "ANTOINEE...".
 "Usciamo; dobbiamo mangiare qualcosa".
 "ANTOINEEE..."
 "Va bene. Ma.....io dove dormirò?"
 "Questo non è un problema. Ora andiamo. Sto 'morendo' di fame"......

                                                                                               to be continued....

Guardian


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Categoria: racconti

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domenica, 09 marzo 2008

 Stelle brillanti coprono la volta celeste. È una notte magnifica e l'aria, calda ed umida, fa sì che i vestiti si incollino sulla persona come una seconda pelle.
 Un gruppo di giovani ragazzi nel fiore dell'età passeggia per la strada maestra portando quel piacevole caos di risa e schiamazzi che sempre si ode nelle notti estive.
Passano oltre portandosi seco la loro "vita".
L'odore dei cespugli in fiore si spande stordendo il corso dei pensieri di coloro che, in questa magnifica notte, decidono di posticipare il loro rientro a casa. Alcuni si fermano al centro della strada per assaporare quest'aroma a pieni polmoni.
Improvvisamente percepisco il ben noto aroma della paura.
Ormai, per me, è diventato un odore talmente familiare che a volte non vi presto nemmeno attenzione, tanto ne sono assueffatto.
Con questo non voglio dire che non mi piaccia o che mi sia venuto a noia, anzi....È una delle tante cose che animano la mia esistenza.
Sono crudele?
No, semplicemente aprezzo ogni emozione che l'essere umano possa "donarmi".
Ma sto divagando.......
L'odore si fà sempre più forte, sempre più vicino.
Dall'angolo giunge un giovane. È tanto bello quanto povero. Ed è un peccato perchè la sua bellezza viene notevolmente sminuita.
Si ferma e controlla se alle sue spalle giunge qualcuno.
Non vede nulla, non sente nulla. L'odore della paura viene sostituita da quello del sollievo.
Ma io sento avvicinarsi dei passi.
E li sento sul tetto dell'edificio sotto il quale staziona il giovane.
Il ragazzo è seduto su uno scalino e sorride scuotendo la testa come se trovasse la situazione di poco prima bizzarra, frutto della sua fantasia.
I passi sul tetto sono finiti. Ora odo un lieve tonfo sul selciato, dove l'edificio forma un angolo per via dell'incrocio tra la strada maestra ed un vicolo.
Il bellissimo cilindro nero  oscura gli occhi della figura.
Svolta l'angolo e lentamente si avvicina al ragazzo appoggiando delicatamente a terra il suo bastone. I suoi passi sono delicati come petalidi rosa, come la brezza marina.
Ho capito chi è ma non percepisco in lui la brutalità dell'assassino. Percepisco...amore? Posso chiamarlo così?
Comunque mi pare essere molto affezzionato al ragazzo.
Il ragazzo scatta in piedi; questa volta percepisco l'odore del terrore, quello puro.
"Perchè sei scappato così?". Sembra non rendersi conto della creatura che appare agli occhi di un umano.
il ragazzo non risponde. La paura gli impedisce qualsiasi movimento.
La figura, il vampiro, ormai, gli è di fronte.
"Ma non hai capito che ti amo? Non capisci che io voglio solo fare in modo che tu non debba più preoccuparti di nulla? Cancellare da te la miseria? La sofferenza? Voglio proteggerti da ciò che il mondo può farti, dal male che lo suppura. E vivere con te per sempre."
Il ragazzo lo guarda smarrito.
"Io posso darti una casa meravigliosa, offrirti i migliori capi confezionati per te dai migliori sarti, darti tutti i soldi di cui avrai bisogno. Io posso darti la vita eterna. Sarai il mio discepolo ma è tale l'amore che provo per te che ti lascerò libero nel caso tu mi voglia abbandonare".
Il ragazzo lo fissa completamente rapito.
Il vampiro gli cinge le spalle con il suo forte braccio. "Vieni, vieni con me, ti prego". Sembra singhiozzare.
Il ragazzo lo segue placidamente.
Decido di seguirli.
Attraversano mezza città giungendo in un meraviglioso quartiere dove non esistono palazzoni ma solo ville magnifiche
 circondate da enormi, rigogliosi e curatissimi giardini.
Salgono i gradini di una villa immersa in un immenso giardino fiorito dove le bouganville dal profumo inebriante la fanno  da padrone.
Il vampiro apre il portone finemente intersiato e fa accomodare all'interno il giovane.
Chiude l'uscio.
Occhi indiscreti mai vedranno cosa succederà ma io non ho bisogno di uno stupido uscio per entrare.
Mi ritrovo in un salone arredato alla maniera napoleonica. Tutto questo sfarzo mi infastidisce un po'. Strano: anche il vampiro ne pare infastidito. Evidentamente non è stato lui ad averla arredata....
Il ragazzo è seduto su una poltrona foderata di velluto nero impreziosita da gigli d'oro.
La sua testa è appoggiata allo schienale; i suoi occhi sono chiusi.
Il vaampiro si siede su un bracciolo e gli accarezza i capelli castani.
Il ragazzo ha un brivido.
"Non avere paura, non ti farò male".
Il  ragazzo protende il collo per poterlo offrire meglio.
Il vampiro ha un fremito. Ora la carezza da dolce è diventata ardente; lo annusa come  voler intrappolare ogni molecola del ragazzo al suo interno.
Lo morde continuando ad accarezzarlo. Sospiri di dolore misto a piacere gorgogliano nella gola del ragazzo. Il vampiro lo porta al noto punto di "quasi morte", dopo di chè si incide le vene e permette al ragazzo di bere lo scuro sangue che ne fuoriesce. Odo gli stessi gorgoglii da parte del vampiro. In realtà assistere alla nascita di un vampiro è un po' come assistere ad un amplesso umano. Piacere e dolore, amore ed odio sono talmente intrecciati da portare la persona al totale abbandono e stordimento che culminerà nel piacere totale.
Il vampiro sorride. Il suo godimento è palese.
Quando il dolore inizia a diventare troppo forte stacca le labbra del ragazzo dal suo polso senza smettere di accarezzargli i capelli.
Il ragazzo lo fissa. I suoi occhi hanno già acquistato quella luce, quella traslucenza incantatrice tipica dei vampiri.
"Ora, pian piano, tu morrai. Non è una sensazione piacevole ma non devi avere paura. È il tuo corpo umano il solo a soccombere "all'infezione". Io sarò con te. Ti spiegherò ogni passaggio della trasformazione. Ti terrò stretto a me così che non ti sentirai solo."
"È tanto doloroso, Antoine?"
"Sì Jean Luc, anche perchè i tuoi sensi sono già resi più acuti dal mio sangue. Ma tu tienti stretto a me, anche se le tue unghie mi si conficcheranno nella carne non mi farai male"
Sorrido. Che bugiardo.
Jean Luc appoggia la testa sul petto di Antoine che mai smette di accarezzarlo.
"Inizio ad avere freddo".
"Stai iniziando a morire".
I brividi scuotono il corpo di Jean Luc, in principio im modo quasi "impercettibile" diventando via via sempre più forti.
Antoine gli mormora dolci e rassicuranti parole all'orecchio.
Non mi accorgo dell'altra presenza fino a quando questa non scoppia a ridere.
"Oh mon Dieux cosa mi tocca vedere. Proprio tu!"
"No, non ora"........

                                                          to be continued.....

Guardian


GuardianOfDark - 10:57 - Permalink - commenti (19) - commenti (19) (popup)

Categoria: racconti

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lunedì, 25 febbraio 2008

Odore di incenso. Ovunque. È un odore speziato e pungente ma il suo aroma è picevolmente rilassante e familiare. Dove l'avrò sentito? Non lo ricordo...Il tempo, anche se per me scorre molto lentamente, cancella alcuni ricordi per farne spazio a nuovi, a nuove emozioni. Ma tutto ciò ora non ha importanza.
Lui è seduto presso la sua scrivania. È vestito in modo impeccabile, un po' retrò, ma l'effetto lascia senza fiato.
È alto, le sue gambe sono fasciate da un pantalone nero che finisce all'interno degli stivali, neri anche essi.
Porta un gilet nero dai bottoni d'oro dal quale spunta una meravigliosa camicia di seta di un rosso cupo, lo stesso colore che assume il sangue quando si raccoglie in un unico punto, come ad esempio un bicchiere.
I suoi capelli rosso ramato risplendono alla luce di una candela posta in un magnifico candelabro di tufo finemente elaborato alla moda barocca.
Il suo viso ha una tonalità di rosa molto tenue ed è di una bellezza celestiale. Parte di questa bellezza risiede negli occhi di un verde intenso.
Fissa ,con sguardo pieno di dolore, un dagherottipo e una lettera. I suoi occhi sfrecciano velocemente dall'uno all'altro in un moto che sembra non conoscere fine. Da dove mi trovo non sono in grado di vedere perfettamente ,quindi decido di "scendere" un po' così da poter percepire ogni cosa.
Mentre compio ciò, la fiamma della candela ha un tremito e si spegne. Lui serra lievemente la mascella e con movenze feline riaccende la candela guardandosi intorno con muta preoccupazione. Non è umano; nessuno di loro sarebbe stato in grado di compiere quest' operazione con tale velocità. Mi percepisce ma non mi vede, non può ancora farlo. La sua fronte si imperla di sudore e questo ha un colore lievemente rosato. Bene. È un vampiro. Mi avvicino e lui ,come se potesse vedermi, arretra e arretra fino a giungere ad avere le spalle al muro. "Braccato, sono braccato come una bestia"-gli ho letto nella mente- e la sua mano corre velocemente sul suo corpo come per cercare un'arma.
"Non voglio farti del male" gli sussurro all'orecchio. Profuma di ottima acqua di colonia che non riesce a nascondere al mio naso il suo vero odore e il sentore di sangue dovuto al suo copioso sudare.
"Chi sei?" balbetta. Prova esattamente lo stato di trance misto a terrore che un mortale "assapora" quando si trova di fronte a lui.
"Io sono un ombra, o almeno è ciò che divento quando mi muovo tra voi e tra i mortali. Sono quella lieve brezza che sfiora i volti provocando arcani sentimenti e brividi. Non ho età e il mio tempo è eterno. Io sono il Guardiano delle Tenebre. Pochi tra umani e "non" mi hanno visto".
Lui è sbalordito. Sgrana gli occhi, il suo respiro diventa un sibilo tenue.
"Vuoi vedermi?"
"Sì".
"Non racconterai a nessuno di me?"
"No".
Allora mi mostro. Per reazione serra immediatamente gli occhi, per atavica paura. Molti, in effetti mi accomunano alla Morte, ma io e lei non siamo "parenti".
Rido. Lui socchiude lentamente gli occhi come se temesse una luce abbacinante. Ma io non ho luce che mi circonda...e come potrei averla?
"Non ti immaginavo così..."
"Ah... e come?"
"Non lo so....ma non così...forse più tetro....più...non lo so"
Rido di nuovo.
Gli chiedo cosa stesse guardando pochi attimi fa. Dopo tutto è per questo che mi sono fatto vedere.
"Sono la mia famiglia e la donna che ho amato"
"E che ami ancora". Era bellissima.
"Sì".
"Sono morti tutti. Anche lei. Pochi gioni fa. Aveva sessant'anni. Non ha mai voluto rifarsi una vita da quando io..come dire...sono rinato. L' ho osservata per tutto questo tempo -sono passati quarantadue anni- e aiutata quando si è trovata in difficoltà. Poi si è ammalata. Pochi giorni fa peggiorò e decisi di farle visita quella notte stessa. In casa era sola. Le nipoti -figlie dei fratelli e amorevoli con lei fino alla fine- se ne erano già andate. Una sola candela faceva luce alla stanza. Mi avvicinai al suo capezzale e le presi la mano. Aprì gli occhi. "Paul, amore mio sei tu?"."Sì, Elèna, sono io"
Scoppiò a piangere e ringraziò il Signore per aver mandato me a prenderla. Mi aveva scambiato per un angelo.
Non riuscivo a sopportarlo. Iniziai a piangere anche io. Piccoli rivoli di sangue slavato mi rigavano le guance ma lei non l'ha notato. Se n'è andata così, piangendo per avermi rivisto e felice di questo. O almeno lo voglio pensare."
"E a cosa pensavi prima lì seduto?"
"Voglio raggiungerla. Sulla scrivania ho uno stiletto. È un suo regalo.".
Era uno stiletto magnifico dall'impugnatura in madreperla.
"Basta incidermi le vene e potrò raggiungerla. Staresti con me?"
"Sì".
Detto ciò si siede alla sua scrivania e si incide ambo le vene. Gli prendo le mani e gli dico di non aver paura. Mi risponde di non averne.
Nel frattempo è giunta la Signora con la falce."Lascialo a me."- mi dice nella mente.
"Gli ho promesso la mia compagnia fino alla fine".
"Va bene".
Paul mi guarda sorridente. Mi stringe le mani. È felice di avermi potuto vedere, sà che è un onore e mi chiede il perchè.
"Ti vidi quella sera che diventasti vampiro. Vidi la tua iniziale paura sfociare nello stupore e nella voglia di vivere QUELLA VITA. Ma è stato per poco. Ero lì quando la incontrasti per strada quella sera quando, disperata, ti cercava. Erano passati pochi giorni e già ti vidi morire. La tua esistenza da vampiro fu breve. Non riuscisti mai ad assaporare le novita`
che questa nuova esistenza poteva offrirti. Hai vissuto fin'ora per lei, per proteggerla ed aiutarla...Ora non hai più scopi...e così hai deciso di andare da lei".
"Sì è così."
 Non passa molto tempo che iniziano gli spasmi e i crampi muscolari. Le contrazioni sono talmente dolorose da strappargli urla di dolore. Non avevo mai assistito alla morte, non così da vicino.
Cerco di calmarlo, lo accarezzo.
"Grazie" mormora prima dell'ultimo spasmo e poi più nulla.
I miei occhi e le mie gote sono umidi. Ho pianto.
La Morte si avvicina e gli posa due dita sulla mente.
"Cosa fai?"
"L'ho portato via e ora vado anche io."
"Ah..."
Rimango ancora qualche minuto con il corpo di Paul. Ciò che è successo questa sera non verrà dimenticato per far posto ad altri ricordi e ad altre emozioni.
Il tempo non lo cancellerà.

 Guardian


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Categoria: racconti

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venerdì, 15 febbraio 2008

Ma poi glielo aveva detto. Le aveva detto che era come prima, che l'amava ancora, che non avrebbe potuto mai smettere d'amarla, che l'avrebbe amata fino alla morte.

Marghuerite Duras

Per la mia amata Nemesi.

Vostro

Guardian


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Categoria: auguri

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lunedì, 11 febbraio 2008

Da "Considerazioni inattuali":

Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell'attimo e perciò né triste né annoiato… L'uomo chiese una volta all'animale: "Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità?" L'animale voleva rispondere e dice: "Ciò avviene perché dimentico subito quello che volevo dire" - ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l'uomo se ne meravigliò. Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre accanto al passato: per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna. È un prodigio: l'attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via - e improvvisamente rivola indietro, in grembo all'uomo. Allora l'uomo dice "Mi ricordo".

                                                                       Friedrich Nietzsche

E senza di questo cosa ne sarebbe di noi? Se ci fosse tolta la capacità di ricordare -anche se è un errore credere che gli animali non ne siano capaci- potremmo "evolvere"? Se ciò ci fosse negato, cosa lasceremmo ai nostri figli -e i "migliori" al mondo- se non il mero patrimonio genetico?

Nulla. Questo è ciò che lasceremmo. Nulla.

Vostro

Guardian


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Categoria: riflessioni

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mercoledì, 06 febbraio 2008

La ragione umana viene afflitta da domande che non può respingere, perché le sono assegnate dalla natura della ragione stessa, e a cui però non può neanche dare risposta, perché esse superano ogni capacità della ragione umana.

                                                                                                      Kant

Mi è sempre piaciuto Kant, nonostante ricordo quanto all'inizio mi fosse ostico. Trovo questa frase molto esplicativa per quanto riguarda il limite dell'intelligenza....

Vorrei che ogni tanto tutti quelli che credono di essere tanto saggi ed intelligenti la leggessero e facessero quello che ogni persona tale (o presunta tale!) dovrebbe fare: ragionarci e ridimensionarsi!

Sempre Vostro

Guardian


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venerdì, 01 febbraio 2008

Oramai vi è tenebra ovunque. Non la mia amata e dolce tenebra. Non la mia fedele amica, colei che mi protegge con la sua infinita quiete. Quella che vedo porta solo distruzione, dolore. È la fedele compagna di nostra signora La Morte.
 Vedo anime che vagano con occhi vacui come sotto potente droga. Intontiti e instupiditi. Anime perse le quali, per quanto riguarda la maggior parte, mai ritroveranno la via di casa. Brancolanti nella nebbia e nel fetore che li circondano, cercano il contatto, anche solo quello di uno sguardo, di un' anima a loro cara...o solo di qualche altro povero derelitto che abbia voglia, come lui, di compagnia.
 Ma non trovano nessuno. Tutti sono impauriti, troppo occupati nell'affannosa ricerca della Via. Così questi pochi anelanti compagnia vengono emarginati. Saranno i primi a morire; solo i più forti resisteranno. E di questi molti svilupperanno odio che riverseranno sugli altri. Così queste anime dannate si spaventano sempre più rimanendo sempre più soli.
 Soli tra tanti. Solo pochi si salvano. Solo pochi tutti i giorni ritrovano la Via. Pochi che hanno qualcuno con cui parlare, giocare, fere l'amore, VIVERE.
 Quella che io vedo è la società odierna, i suoi uomini ingolfati dal lavoro, dalla smania dell'apparire, preoccupati per la loro sopravvivenza (dati i miseri stipendi dei più). Uomini che hanno perso il contatto umano, l'amore anche per se stessi, i loro cervelli atrofizzati perchè poco abituati a pensare. Ridotti alla mera sopravvivenza. La morte per questi miserabili è giunta da tempo e questi non se ne sono neanche accorti. Li ha colti.....chissà -dopo tutto ogni momento è buono- al lavoro? Al parco? Davanti alla partita reale o a quella disputata alla play station? Al bagno?
 Ma non importa...tanto sono morti e nessuno glielo ha detto. I pochi sopravissuti ci hanno provato ma è stato tutto vano e allora si sono rassegnati e li hanno lasciati lì nella loro miseria, come tanti piccoli zombies.
 Dopotutto come si dice....mors tua vita mea.

da "I fiori del male", Una carogna
"(...) Il sole dardeggiava su questo marciume
come per portarlo a giusta cottura,
e rendere centuplicato alla grande Natura
tutto quello che aveva messo insieme;

il cielo sogguardava la carcassa superba
aprirsi lentamente come un fiore.
Il fetore era così forte che sull'erba
vi sentiste prossima a svenire.

Le mosche ronzavano sopra quel ventre putrido,
da cui neri eserciti di larve
uscivano colando come uno spesso liquido
lungo quei vivi brandelli di carne.

E tutto scendeva, e risaliva come un'ondata
o fremeva eccitato slanciandosi:
pareva come se, gonfio d'un oscuro fiato,
il corpo vivesse moltiplicandosi. (...)"

 I miei ossequi
 Guardian


GuardianOfDark - 20:51 - Permalink - commenti (11) - commenti (11) (popup)

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